Archivio Aligi Sassu® curato da Carlos Julio Sassu Suarez

Via Crucis di Aligi Sassu

Aligi Sassu pittore del novecento

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L’itinerario percorso dal Condannato divino prima si snoda in Gerusalemme, poi esce dalla porta occidentale della città, infine sale sopra una vicina altura, tondeggiante e spoglia come una testa calva, detta appunto Calvario. I discepoli della prima comunità cristiana, di certo, devono aver cominciato presto a rifare con memore pietà quella strada, ricercando sul selciato le macchie di sangue, soffermandosi ai crocicchi e alle svolte per ricostruire nella loro immaginazione le diverse scene di quel venerdì, riprovandone in cuore un rinnovato struggimento ineffabile.
Col trascorrere del tempo, gli estremi passi del Martire, invece di perdere, accrescono
la loro potente attrazione, e molti, movendo da ogni regione della cristianità, affrontano enormi disagi e rischi mortali, pur di recarsi a Gerusalemme e ricalcare le orme di Cristo, che per loro va a morire sulla croce.
Ma per troppi il viaggio d’oltre mare in terra santa era un desiderio impossibile.
Per rispondere a tale ineffettuabile aspirazione, nacque e si diffuse nel secolo XV,
per opera specialmente di religiosi francesi, la devozione della Via Crucis che, rappresentando sulle pareti di ogni chiesa, e talora anche all’aperto sugli spazi erbosi o sui colli, il cammino di Cristo nel giorno doloroso, metteva a disposizione di tutti un pellegrinaggio spirituale che faceva ripercorrere la Via della Croce, passo passo dietro a Lui, meditando, pregando, compatendo. E perché ciascuno fosse aiutato a penetrare il senso della passione del Signore, a condividerne i sentimenti, a trasferirsi con un moto dell’anima a ritroso nei secoli in quel lontano venerdì per farsi contemporaneo spettatore e attore dei fatti accaduti lungo la strada che va dal pretorio di Pilato al luogo del cranio, vennero stabilite quattordici soste o stazioni raffiguranti gli episodi più significativi. Taluni di questi non hanno riscontro nel Vangelo, ma sono intuizioni commosse della pietà cristiana: le tre cadute, l’incontro con la Madre, il gesto tenero e gentile della donna che gli deterge il volto grondante di sudore, lacrime e sangue.

La Via Crucis è, dunque, la rievocazione dell’immenso amore doloroso con cui Cristo percorse la strada del suo volontario olocausto. Chi la ripercorra anche una volta sola con fede devota, non potrà più dire: “Non c’è nessuno che mi vuole bene”, perché Qualcuno, nonostante tutto, gli ha voluto bene fino al sangue, fino alla morte di croce. Non potrà più dire: “Sono troppo cattivo, per poter essere ancora perdonato”, perché non c’è colpa per grande che sia, che non possa venir lavata in quel sangue. Il peccato imperdonabile non è vendere Cristo in un momento di folle orgasmo per la miseranda somma di trenta denari, ma disperare ostinatamente, fino alla fine, della sua misericordia senza limiti e riserve. La Via Crucis non è solo stata la via di Cristo, ma è anche la strada di ogni uomo: la strada delle nostre dolorose esperienze, dei nostri smarrimenti, dei nostri orgogli feriti, dei nostri patimenti nella carne e nello spirito, delle nostre speranze deluse, dei nostri affetti delusi, delle nostre solitudini, dei nostri dubbi angosciosi, delle nostre infermità, della nostra morte. Il cristiano che si ferma in raccoglimento a pregare davanti alle quattordici stazioni non tarderà a scorgere nell’una o nell’altra un lembo della sua storia personale inserito nella storia di Cristo. L’improvvisa scoperta gli farà dire in cuor suo: “Egli, l’Innocente, è passato di qui, per questa medesima umiliazione e sofferenza, prima di me, pensando a me: perché non accetterò di passare anch’io, peccatore, dopo di Lui?”. Da questo persuasivo raffronto si sprigionerà quella mite luce che toglie al dolore la sua assurdità, che rialza da ogni abbattimento e ridona all’anima il proprio sito e la forza di continuare in pace e di operare con amore.

La Via Crucis è, inoltre, un cammino oscuro verso un paese luminoso e libero, dove ci aspetta “Ciò che occhio non ha visto mai, ciò che orecchio non ha udito mai, ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (I Cor 2). A questo proposito mi vengono in mente le ingenue e incantevoli espressioni che Teresa Martin, la santa fanciulla carmelitana di Lisieux, confidò al suo diario nel tempo delle sue sofferenze: “La certezza di andare, un giorno, lontano da questo paese triste e tenebroso, mi era stata donata fin dalla prima infanzia: io non lo credevo soltanto per quello che ne udivo da persone più istruite di me, ma perché sentivo anche in fondo al cuore delle aspirazioni verso una regione più bella. Nello stesso modo che il genio di Cristoforo Colombo gli aveva fatto intuire che esisteva un nuovo mondo, mentre nessuno vi aveva pensato, così io sentivo che un giorno un’altra terra mi servirebbe di stabile dimora”. Il presentimento sempre più radicato e avvincente di una terra ignota diede al navigatore genovese quell’ardimento odisseico per cui dei remi fece ali (Cfr Divina Commedia, Inferno) e sostenne lungo la pericolosa via dell’oceano, travagli, digiuni, tempeste, rischi mortali da parte degli elementi e degli uomini: alla fine navigando sempre dietro il sole (“On ne se trompe pas quand on suit le soleil” commentava Paul Claudel) la sua speranza divenne realtà e arrivò al nuovo mondo. Similmente la certezza di “Nuovi cieli e terra nuova” (Ap 21,1) sostiene oggi il cristiano che cammina dietro a Cristo, il vero sole che illumina ogni uomo, portando di stazione in stazione la sua croce quotidiana con spirito di accettazione e di offerta. Egli è certo che la quattordicesima stazione, la sepoltura, non è l’ultima della Via Crucis, ma solo la penultima. Di là da questa l’attende la quindicesima, la resurrezione, vale a dire l’approdo in un mondo nuovo di libertà, d’amore, di gioia senza confini. E quando vi sarà giunto, voltandosi indietro a considerare le tracce del suo pianto e, forse, del suo sangue sul cammino percorso, dirà: “Ne valeva la pena…”.

Dopo i famosi esempi del Tiepolo, del Previati e di molti latri, anche Aligi Sassu pone il suo rinomato pennello a celebrare il mistero del più grande amore e del più grande dolore. La sua opera, espressa con ispirazione nuova e linguaggio moderno, inviterà gli uomini d’oggi a trovare nella Via Crucis, con la risposta ai loro più intimi problemi, il conforto per vivere, la gioia per amare e operare, la serenità per morire.

A lui il nostro plauso, la nostra ammirazione e, anche, la nostra riconoscenza.

Giovanni card. Colombo, Arcivescovo di Milano
(Milano, 1968)
Tratto da Via di Cristo strada dell'uomo, Editrice Monti, Saronno, 2006

 

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Ultimo aggiornamento giovedì 11 febbraio 2010 , ora 16.23
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