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L’itinerario
percorso dal Condannato divino prima si snoda in Gerusalemme,
poi esce dalla porta occidentale della città, infine sale sopra
una vicina altura,
tondeggiante
e spoglia come una testa calva, detta appunto Calvario. I
discepoli
della
prima comunità cristiana, di certo, devono aver cominciato
presto a rifare
con
memore pietà quella strada, ricercando sul selciato le macchie
di sangue,
soffermandosi
ai crocicchi e alle svolte per ricostruire nella loro
immaginazione le
diverse
scene di quel venerdì, riprovandone in cuore un rinnovato
struggimento
ineffabile.
Col trascorrere del tempo, gli estremi passi del Martire, invece
di perdere, accrescono
la
loro potente attrazione, e molti, movendo da ogni regione della
cristianità,
affrontano
enormi disagi e rischi mortali, pur di recarsi a Gerusalemme e
ricalcare
le
orme di Cristo, che per loro va a morire sulla croce.
Ma
per troppi il viaggio d’oltre mare in terra santa era un
desiderio impossibile.
Per rispondere a tale ineffettuabile aspirazione, nacque e si
diffuse nel secolo XV,
per
opera specialmente di religiosi francesi, la devozione della Via
Crucis che, rappresentando
sulle
pareti di ogni chiesa, e talora anche all’aperto sugli spazi
erbosi
o
sui colli, il cammino di Cristo nel giorno doloroso, metteva a
disposizione di tutti
un
pellegrinaggio spirituale che faceva ripercorrere la Via della
Croce, passo passo
dietro
a Lui, meditando, pregando, compatendo. E perché ciascuno fosse
aiutato
a
penetrare il senso della passione del Signore, a condividerne i
sentimenti, a
trasferirsi
con un moto dell’anima a ritroso nei secoli in quel lontano
venerdì per
farsi
contemporaneo spettatore e attore dei fatti accaduti lungo la
strada che va dal
pretorio
di Pilato al luogo del cranio, vennero stabilite quattordici
soste o stazioni
raffiguranti
gli episodi più significativi. Taluni di questi non hanno
riscontro nel
Vangelo,
ma sono intuizioni commosse della pietà cristiana: le tre
cadute, l’incontro
con
la Madre, il gesto tenero e gentile della donna che gli deterge
il volto grondante
di
sudore, lacrime e sangue.
La
Via Crucis è, dunque, la rievocazione dell’immenso amore
doloroso con cui
Cristo
percorse la strada del suo volontario olocausto.
Chi
la ripercorra anche una volta sola con fede devota, non potrà
più dire: “Non
c’è
nessuno che mi vuole bene”, perché Qualcuno, nonostante
tutto, gli ha voluto
bene
fino al sangue, fino alla morte di croce. Non potrà più dire:
“Sono troppo cattivo,
per
poter essere ancora perdonato”, perché non c’è colpa per
grande che sia,
che
non possa venir lavata in quel sangue. Il peccato imperdonabile
non è vendere
Cristo
in un momento di folle orgasmo per la miseranda somma di trenta
denari,
ma
disperare ostinatamente, fino alla fine, della sua misericordia
senza limiti e
riserve.
La
Via Crucis non è solo stata la via di Cristo, ma è anche la
strada di ogni uomo: la
strada
delle nostre dolorose esperienze, dei nostri smarrimenti, dei
nostri orgogli feriti,
dei
nostri patimenti nella carne e nello spirito, delle nostre
speranze deluse, dei
nostri
affetti delusi, delle nostre solitudini, dei nostri dubbi
angosciosi, delle nostre
infermità,
della nostra morte.
Il
cristiano che si ferma in raccoglimento a pregare davanti alle
quattordici stazioni
non
tarderà a scorgere nell’una o nell’altra un lembo della sua
storia personale
inserito
nella storia di Cristo. L’improvvisa scoperta gli farà dire
in cuor suo: “Egli,
l’Innocente,
è passato di qui, per questa medesima umiliazione e sofferenza,
prima
di
me, pensando a me: perché non accetterò di passare anch’io,
peccatore, dopo di
Lui?”.
Da questo persuasivo raffronto si sprigionerà quella mite luce
che toglie al
dolore
la sua assurdità, che rialza da ogni abbattimento e ridona
all’anima il proprio
sito
e la forza di continuare in pace e di operare con amore.
La
Via Crucis è, inoltre, un cammino oscuro verso un paese
luminoso e libero, dove
ci
aspetta “Ciò che occhio non ha visto mai, ciò che orecchio
non ha udito mai, ciò
che
Dio ha preparato per coloro che lo amano” (I Cor 2).
A
questo proposito mi vengono in mente le ingenue e incantevoli
espressioni che
Teresa
Martin, la santa fanciulla carmelitana di Lisieux, confidò al
suo diario nel
tempo
delle sue sofferenze: “La certezza di andare, un giorno,
lontano da questo
paese
triste e tenebroso, mi era stata donata fin dalla prima
infanzia: io non lo
credevo
soltanto per quello che ne udivo da persone più istruite di me,
ma perché
sentivo
anche in fondo al cuore delle aspirazioni verso una regione più
bella. Nello
stesso
modo che il genio di Cristoforo Colombo gli aveva fatto intuire
che esisteva
un
nuovo mondo, mentre nessuno vi aveva pensato, così io sentivo
che un giorno
un’altra
terra mi servirebbe di stabile dimora”.
Il
presentimento sempre più radicato e avvincente di una terra
ignota diede al
navigatore
genovese quell’ardimento odisseico per cui dei remi fece ali (Cfr
Divina
Commedia,
Inferno) e sostenne lungo la pericolosa via dell’oceano,
travagli,
digiuni,
tempeste, rischi mortali da parte degli elementi e degli uomini:
alla fine
navigando
sempre dietro il sole (“On ne se trompe pas quand on suit le
soleil”
commentava
Paul Claudel) la sua speranza divenne realtà e arrivò al nuovo
mondo.
Similmente
la certezza di “Nuovi cieli e terra nuova” (Ap 21,1)
sostiene oggi il
cristiano
che cammina dietro a Cristo, il vero sole che illumina ogni
uomo, portando
di
stazione in stazione la sua croce quotidiana con spirito di
accettazione e
di
offerta. Egli è certo che la quattordicesima stazione, la
sepoltura, non è l’ultima
della
Via Crucis, ma solo la penultima. Di là da questa l’attende
la quindicesima, la
resurrezione,
vale a dire l’approdo in un mondo nuovo di libertà,
d’amore, di gioia
senza
confini. E quando vi sarà giunto, voltandosi indietro a
considerare le tracce
del
suo pianto e, forse, del suo sangue sul cammino percorso, dirà:
“Ne valeva la
pena…”.
Dopo
i famosi esempi del Tiepolo, del Previati e di molti latri,
anche Aligi Sassu
pone
il suo rinomato pennello a celebrare il mistero del più grande
amore e del più
grande
dolore. La sua opera, espressa con ispirazione nuova e
linguaggio moderno,
inviterà
gli uomini d’oggi a trovare nella Via Crucis, con la risposta
ai loro più
intimi
problemi, il conforto per vivere, la gioia per amare e operare,
la serenità per
morire.
A
lui il nostro plauso, la nostra ammirazione e, anche, la nostra
riconoscenza.
Giovanni
card. Colombo, Arcivescovo di Milano
(Milano,
1968)
Tratto da Via di
Cristo strada dell'uomo, Editrice Monti, Saronno, 2006
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